Giù nel vicolo Di Battista volteggiava un Arabesque mentre lei sommessamente mi implorava: “Slègami! Ti prego: slègami!”. Mi alzai, spensi la sigaretta e la osservai stanco. Capii che era ora di finirla. Estrassi dal cassetto un coltello ben affilato, sorseggiai una languida Malvasia e lentamente affondai la lama sotto la sua pelle ambrata: udii un secco “zac”, e poi il dolce profumo delle sue carni accarezzò le mie narici. Persi allora il controllo e mi avventai su di essa: l’afferrai con due mani, la deposi sul carrello e la feci a fette sottilissime. Lei si acciambellava tenera sul freddo piatto, muta, candida e rosata mentre una nuvola di fieno e petali appassiti la circondava come un estremo, vano scudo per difenderla. Chiusi gli occhi e da un angolo in penombra della mente riecheggiarono le parole di mio nonno: “ Séint com l’è bòna!”
